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Pur avendo reiteratamente sottolineato che la posizione geopolitica della Federazione russa è quella di una “potenza eurasiatica”, Putin, pur prendendo in considerazione le “prospettive orientali della Russia”, non sostiene né l’esodo verso Oriente, né l’alleanza tra ortodossia e Islam.
Putin fonda la sua politica estera “senza illusioni” su una sorta di pragmatismo patriottico e sovranista. Per Solženicyn il pragmatismo di Putin è lungimirante perché ha salvato il retaggio nazionale e la statualità russa dalla catastrofe generata dalla capitolazione di Gorbačëv di fronte all’Occidente, impedendo che la Russia fosse incorporata nel mirabolante mondo globalizzato progressista e di sinistra.
Il pragmatismo sovranista di Putin è capace di frenare l’avanzata di quelle “rivoluzioni colorate” (in primo luogo la “ rivoluzione arancione” in Ucraina) nello spazio ex-sovietico sostenute dagli Stati Uniti per impedire che si ricostituisca uno spazio imperiale russo.
Sullo sfondo del dibattito politico e geopolitico sulle “rivoluzioni colorate” è emersa la figura di Malaparte. Tecnica del colpo di Stato, infatti, è diventato il manuale dei “neo-bolscevichi liberali” e Malaparte è considerato il “Machiavelli della rivoluzione arancione”.
Confermando lo “strano e avventuroso” destino del libro vaticinato dallo stesso Malaparte, i catilinari “neo-bolscevichi liberali” traggono da Tecnica del colpo di Stato l’idea di una “rivoluzione democratica permanente ed esportabile” in grado di far montare l’”alta marea della sedizione” e di rovesciare Putin.
La rivoluzione conservatrice in Russia si configura come una percezione del presente in termini di “rovesciamento” tradizionalista per contrastare la rivoluzione permanente codificata da Malaparte e fomentata da quella che il ministro degli esteri russo Lavrov ha definito l’“internazionale rivoluzionaria globale”.
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